
Minstrel in the Gallery dei Jethro Tull, album del 1975.
Dei grandissimi Jethro Tull ho lungamente parlato in occasione di molte recensioni dei loro lavori incluso l'album più recente Curious Ruminant, del 2025 e nella scheda a loro dedicata “Jethro Tull: Rock, Folk, Blues e il Flauto Magico di Anderson”, mi piace ricordare però che i Jethro Tull sono una band britannica fondata a Blackpool nel 1967 da Ian Anderson e da lui guidata fino ad oggi.
La formazione prende il nome dal pioniere della moderna agricoltura, l'agronomo Jethro Tull ed è celebre per la sua fusione di rock, folk, blues e musica classica, unendo sonorità tradizionali e innovative, con Anderson che suona in modo virtuoso il flauto e che ha contribuito a definire il sound della band.
La loro musica è contraddistinta dalla presenza dominante infatti del flauto traverso, suonato dal virtuoso leader Ian Anderson. Dopo un esordio all'insegna del richiamo al blues, i Jethro Tull hanno attraversato la storia del rock, sperimentando vari generi: dal folk rock all'hard rock, dal progressive rock alla musica classica.
Una lunghissima e brillante carriera nell'ambito del Progressive Rock e Folk Rock con numerosi cambiamenti di formazione, una band attiva che continua a esibirsi e pubblicare musica.
Minstrel in the Gallery è un concept album che ruota attorno alla figura metaforica del "menestrello" a rappresentare l'artista moderno e tratta il tema del distacco, dell'osservazione e della solitudine.
Il Menestrello viene descritto come un osservatore quasi estraneo ai fatti che si pone in una posizione quindi di osservazione, elevata rispetto si fatti stessi e questo è rappresentato anche nella cover dell'album che rappresenta una galleria di musici, una balconata sopraelevata nelle sale dei castelli medievali, rappresentata in copertina.
Secondo Ian Anderson questa è la sua posizione di musicista rock: l'artista si trova "in alto", guarda la folla dall'esterno e non ne fa parte, il menestrello non è un intrattenitore allegro, ma un cronista cinico e distaccato e spesso critico della società e della vita urbana. Inevitabile che questo sia riferito ad una dimensione autobiografica, si tratta di una visione intima e personale, dovuta anche agli eventi della vita di Anderson che in quegli anni stava vivendo il divorzio dalla prima moglie e la forte pressione della grande fama raggiunta con i recenti capolavori.
I testi riflettono la sensazione di isolamento, quello dato paradossalmente dalla vita "on the road" e negli hotel, una prigione dorata. Il concetto si sviluppa anche attraverso la musica ovviamente, non solo i testi. Archi e chitarre acustiche richiamano l'Inghilterra elisabettiana, con tono medievale, evocando un'epoca d'oro di semplicità e onore, ideali che contrastano col rock elettrico aggressivo e testi che parlano di strade sporche, treni e decadenza moderna, suggerendo che il "menestrello" sia ormai un anacronismo in un mondo industriale.
Il dualismo Elettrico/Acustico è presente nella struttura dei brani con frequenti passaggi tra momenti di estrema delicatezza acustica a improvvise esplosioni hard rock.
Il ritratto di un artista che, pur essendo al centro dell'attenzione, sceglie di ritirarsi nella sua "galleria" privata per osservare il mondo.
Grande fusione di folk e rock, orchestrazione fantastica, produzione di altissimo livello anche in questa copia originale in vinile del 1975 che suona alla grande (per questo non ho ancora preso la Steven Wilson Remix), un concept album strutturato quasi come una suite con acustici e folk e con esplosioni rock.
L'atmosfera è malinconica e riflessiva, con l'inconfondibile flauto di Anderson che crea un'atmosfera coinvolgente, arrangiamenti complessi eseguiti con grande tecnica strumentale.
- Minstrel in the Gallery è una delle composizioni più forti del disco e della band, con una intro acustica e una sezione hard rock trascinante.
- Cold Wind to Valhalla è un brano energico con grandi performance vocali, con tono teatrale, di Ian Anderson e la grande chitarra solista di Martin Barre.
- Black Satin Dancer è un brano complesso, con archi e sezioni strumentali virtuosistiche con il miglior assolo di chitarra del disco.
- One White Duck / 0¹⁰ = Nothing at All è una bellissima ballata acustica con una melodia coinvolgente e bellissimi arrangiamenti per archi di David Palmer.
- Baker St. Muse è la suite del disco, della durata di oltre 16 minuti, un brano-capolavoro, l'ultima grande "epopea" progressive in studio della band negli anni '70.
Si tratta di un medley composto da quattro sezioni (sei, se si considerano le riprese del tema portante) che fluiscono senza interruzioni:
o Baker St. Muse che Introduce il tema principale e descrive l'osservazione distaccata della vita urbana in Baker Street.
o Pig-Me and the Whore che è una sezione più ritmata che narra l'incontro tra un uomo goffo ("pig-me") e una prostituta in un vicolo.
o Nice Little Tune che è un intermezzo strumentale
o Crash-Barrier Waltzer, sezione molto toccante che descrive una donna senzatetto che dorme per strada e l'intervento di un poliziotto che la allontana.
o Mother England Reverie, sezione malinconica che tratta della solitudine vissuta dal protagonista.
o Baker St. Muse (Ripresa) che torna al tema iniziale e riafferma il concetto dell’autore come osservatore esterno
- Grace chiude il disco e nonostante la sua brevità, ha un grande significato. Solo 37 secondi con Il testo che è un saluto gioioso e recita "Hello sun, hello bird, hello my lady, hello breakfast. May I buy you again tomorrow?", descritta da Ian Anderson come "un ringraziamento, una preghiera laica (una "grazia", appunto) per le piccole fortune quotidiane”. Il "menestrello" torna alla realtà e riscopre l'apprezzamento per le cose semplici che la depressione gli aveva impedito di godere.
È il primo disco dei Jethro Tull ad essere inciso al di fuori del Regno Unito, le registrazioni si svolsero nello studio mobile della band, chiamato Maison Rouge Mobile Studio, presso il Prince of Wales Hotel di Monte Carlo, dove lo studio mobile venne parcheggiato per l'occasione.
A seguito di questo album, Jeffrey Hammond abbandonò il gruppo per tornare alla sua attività precedente, la pittura. Jeffrey considerava la pittura il suo "primo amore", infatti prima di unirsi alla band nel 1971 per l'album Aqualung, aveva frequentato la scuola d'arte e sentiva che il suo tempo nel mondo del rock era giunto al termine. Non essendo un musicista professionista di formazione, Hammond trovava estremamente faticoso memorizzare ed eseguire le complesse strutture musicali composte da Ian Anderson. Lui stesso ammise di sentirsi spesso "il minimo comune denominatore" del gruppo in termini di abilità tecnica. Inoltre, dopo cinque anni di tour mondiali intensi, era stanco dei ritmi della vita da rockstar e delle costanti richieste creative e professionali del leader della band. Per segnare la sua definitiva uscita dalle scene, dopo l'ultimo concerto del 1975, Jeffrey bruciò il suo iconico abito di scena a strisce bianche e nere (stile "zebra") e non suonò mai più il basso in pubblico.
Ian Anderson cercò di convincerlo a tornare negli anni successivi (in particolare verso la metà degli anni '80) ma Hammond rifiutò sempre, non si sentiva più all'altezza tecnica del gruppo e venne definitivamente sostituito da John Glascock, un bassista professionista
Questo è a mio avviso uno dei dischi più belli dei Jethro Tull, un album è davvero speciale.
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Tracklist
1. Minstrel in the Gallery (8:13)
2. Cold Wind to Valhalla (4:21)
3. Black Satin Dancer (6:53)
4. Requiem (3:45)
5. One White Duck / 0^10 = Nothing at All (4:39)
6. Baker St. Muse (16:42)
- a. Pig-Me and the Whore
- b. Nice Little Tune
- c. Crash-Barrier Waltzer
- d. Mother England Reverie
7. Grace (0:37)
Durata 45:10
LineUp
- Ian Anderson - voce, flauto, chitarra acustica, produttore
- Martin Barre - chitarra elettrica
- John Evan - pianoforte, organo
- Jeffrey Hammond - basso, contrabbasso
- Barriemore Barlow - batteria, percussioni
Con:
- David Palmer - arrangiatore e direttore d'orchestra
- The London Philomusica (membri):
- Patrick Halling - violino, leader
- Bridget Procter - violino
- Elizabeth Edwards - violino
- Rita Eddowes - violino
- Katharine Thulborn - violoncello





