
Captives of the Wine Dark Sea dei Discipline, album del 2017.
Ho già avuto modo di parlare dei Discipline nelle recensioni dei loro album e nella scheda a loro dedicata, “Il sound dark, complesso e teatrale dei Discipline”, dove descrivo il loro stile e ripercorro la loro carriera.
“Captives of the Wine Dark Sea”, il loro quinto album in studio, segna un cambio di formazione e una produzione particolarmente curata. È una delle vette stilistiche della loro carriera, con tutte le caratteristiche oscure e teatrali del loro sound. Un momento di profondo rinnovamento e transizione per la band di Detroit, a sei anni dall’acclamato “To Shatter All Accord”.
Per la prima volta dal 1987, la band ha registrato senza il chitarrista fondatore Jon Preston Bouda. Chris Herin, dei Tiles, ha preso il suo posto, apportando un sound più art rock e meno sinfonico rispetto ai lavori precedenti. Grazie al legame di Herin con lo storico produttore dei Rush, Terry Brown, l’album è stato mixato con una pulizia e un bilanciamento degli strumenti senza precedenti nelle loro produzioni indipendenti. Dopo anni di autoproduzione tramite la loro etichetta Strung Out Records, i Discipline hanno firmato con la Laser’s Edge, una delle etichette più prestigiose della scena progressive mondiale, per la distribuzione globale del disco.
Il concept dell’album non segue una narrazione lineare, ma si concentra su temi come l’alienazione, la fuga dalla realtà e il conflitto tra il desiderio e la routine opprimente della vita quotidiana. L’espressione “Wine Dark Sea” (mare color del vino) è la traduzione inglese dell’epiteto omerico “oinops pontos”, che descrive un mare profondo, scuro e minaccioso, evocando un senso di pericolo e mistero antico. Parmenter utilizza questa immagine classica per descrivere la vita moderna. I “prigionieri” (Captives) siamo noi, intrappolati nella monotonia del “mondo del lavoro quotidiano”. Il “mare color del vino” rappresenta l’esistenza stessa: vasta, a tratti inebriante, ma spesso cupa e difficile da navigare.
L’album è presentato come un “mezzo di fuga per migliorare il mondo lavorativo”. Essere “prigionieri” implica la necessità di una liberazione, che i Discipline offrono attraverso l’intensità drammatica e teatrale delle loro composizioni. Come il vino, il mare di cui parla il titolo può essere sia fonte di conforto che di oblio o perdizione.
L’album fonde il classico progressive rock sinfonico con influenze jazz, blues e art rock. Il mix di dark-prog, art rock e teatralità, caratterizzato dalla produzione di Terry Brown, crea un sound unico. Lo stile vocale di Matthew Parmenter, che utilizza la voce come uno strumento drammatico, alternando sussurri a grida istrioniche in pieno stile Peter Hammill, rappresenta l’elemento distintivo. L’uso di tempi dispari, riff di chitarra angolari e atmosfere tese richiama direttamente i King Crimson degli anni ’70.
L’album introduce sfumature inaspettate rispetto al passato. “Love Songs” adotta un approccio quasi blues/cabaret, mentre l’uso del pianoforte e dei fiati richiama il jazz d’avanguardia. Pur presentando un suono più moderno, l’album mantiene un forte legame con il progressive rock classico grazie all’uso massiccio del Mellotron e di tappeti di tastiere sinfoniche. I brani si discostano dallo schema strofa-ritornello, sviluppandosi come sceneggiature sonore in cui la musica cambia bruscamente per rispecchiare l’evoluzione psicologica dei testi.
L’album alterna suite epiche a brani più brevi e diretti.
“The Body Yearns” si apre con il classico in stile Discipline, caratterizzato da un pianoforte dominante e dalla voce teatrale di Matthew Parmenter. A metà brano, la musica si trasforma in un’atmosfera più cupa e immersiva.
“Life Imitates” è un brano ritmato e quasi pop che ricorda i lavori solisti di Parmenter e lo stile dei Van der Graaf Generator.
“S”, il primo dei due brani strumentali, è un pezzo teso caratterizzato da chitarre taglienti che evocano i King Crimson dell’era “Larks’ Tongues in Aspic”. L’uso suggestivo del violino e dell’Ebow contribuisce ulteriormente all’atmosfera del brano.
“Love Songs” è un brano acustico con influenze blues e folk, una parodia delle tipiche ballate d’amore, ironico e “anti-romantico”. La sua struttura semplice ne esalta l’effetto.
“Here There Is No Soul” rappresenta l’apice dell’alienazione e del vuoto espressi nel concept dell’album. Si tratta di un brano rock più diretto.
“The Roaring Game”, un altro brano strumentale dell’album, è un crescendo di tensione in cui il piano di Parmenter e la chitarra di Chris Herin si affrontano su ritmi serrati e ipnotici. Una perla.
“Burn the Fire Upon the Rocks” è la suite conclusiva dell’album. Il fuoco “bruciato sulle rocce” rappresenta un rito finale di liberazione o distruzione per rompere le catene della prigionia suggerita dal titolo. Questo capolavoro fonde magistralmente prog, jazz e rock sinfonico, con un uso generoso del Mellotron e un finale epico.
L’immagine di copertina è davvero particolare. Il logo rosso, che ricorda una creatura mitologica o una fenice stilizzata, ha un occhio al centro, simbolo di consapevolezza e introspezione, temi cari a Matthew Parmenter. La parte superiore a forma di fiamma rimanda direttamente all’ultima traccia, “Burn the Fire Upon the Rocks”, evocando l’idea di purificazione attraverso il fuoco. Il rosso della figura evoca il movimento dell’acqua o delle onde, richiamando il mare omerico. La figura stessa diventa così una rappresentazione del mare “intrappolato” in una forma definita. Rispetto alle copertine storiche dei Discipline (come quella di Unfold Like Staircase), qui si è optato per un design più grafico e pulito, curato da Geoff Maas e Rich Patterson.
Captives of the Wine Dark Sea è un album che consacra i Discipline come i capifila del prog moderno. Grazie al mix di Terry Brown, la chiarezza sonora permette di apprezzare ogni sfumatura di pianoforte e chitarra. A differenza del passato, dove dominavano suite lunghissime, l’album presenta un contrasto tra brani più brevi, di stampo art-rock, e la suite finale da 14 minuti, che ne esalta la godibilità. Pur essendo meno epico di Unfold Like Staircase, a mio parere è un album imprescindibile nella discografia di questa band.
Tracklist
La mia Versione:
Etichetta: The Laser's Edge – LE1079LP
Formato: Vinile, LP, Album, Stereo
Paese: US
Uscita: 7 lug 2017
Le Tracce:
1. The Body Yearns (9:24)
2. Life Imitates Art (4:18)
3. S (4:11)
4. Love Songs (3:42)
5. Here There Is No Soul (3:20)
6. The Roaring Game (6:10)
7. Burn the Fire upon the Rocks (14:30)
Durata 45:35
LineUp
- Matthew Parmenter - voce, tastiere, violino, chitarra ritmica e acustica, EBow, tamburello
- Chris Herin (Tiles) - chitarra solista e ritmica
- Mathew Kennedy - basso
- Paul Dzendzel - batteria
Link per l’ascolto:
Alcune Tracce dal Canale ufficiale Youtube DisciplineBand





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